- Teoria e prassi acrobatica -
Sono stanca, nient'altro che infinitamente stanca.
Non di vivere o di sopravvivere; ma di questa ormai datata e irrimediabile mancanza. La mancanza di un centro e pure di un baricentro.
Per dirla in parole piane, di starmene cosi' alla periferia di me e del mondo, perennemente sospesa tra MENTE e CORPO, INTERNO ed ESTERNO e alla fine FOLLIA e NORMALITA' (anche se e' un termine improprio che non mi piace). E questo in termini terapeutici si chiama "borderline", che e' un'etichetta sterile come tante altre, ma ha un suo reale valore descrittivo. Il bordo appunto,il limite, mai di qua ne' di la' del tutto, il bicchiere sempre mezzo pieno e mezzo vuoto.
Come un funambolo perenne, che da troppo ha lasciato un capo del filo e non puo' piu' intravvederlo nemmeno se riuscisse a voltarsi indietro senza rischio; ma mai intravvede il capo opposto, il punto d'arrivo (ammesso che ve ne sia uno); se ogni tanto lo sente vicino, se lo prefigura e gli sembra ormai un traguardo prossimo, come in un crudele contrappasso degno del miglior girone dantesco e' solo e sempre un miraggio, momentaneo e passeggero, che sembra riportarlo piu' indietro su quella corda tesa in alto, apparentemente al di sopra del mondo, ma poi per il mondo stesso di molto al di sotto. Un rovesciamento di alto e basso, di opposti, di estremita' di cui puo' essere complice la natura, il destino, il dipanarsi degli eventi e tutto cio' a cui alla fine siamo costretti e soliti attribuire il disagio. Magari semplicemente a tutte queste cose insieme.
Ma e' passato troppo tempo da quando ho smesso di domandarmi "perche'" e alla fine ho avuto tutto il tempo per stancarmi di chiedermi "come". Questo poi in termini terapeutici si chiama punto di non ritorno, irreversibilita', rien a fair, fine del percorso, della ricerca, magari pure della speranza secondo alcuni dotti competenti.
E va beh, gia'accettato pure questo. Amen.
Pero' in termini esistenziali la faccenda e' un po' piu' complessa, si sa. Io sul filo continuo ad avanzare, a fase alterne, a ritmi differenti, ultimamente mi pare con passo piu' sicuro e spedito.Posso prendermi anche le mie belle pause, sorattutto da quando ho relizzato che non e' una staffetta o una gara d'inseguimento (e in effetti, come si dice, nessuno ti corre dietro; anche perche' non interessa a nessuno, la gente in genere ha di meglio di fare che il funambolo).
L'unica cosa che veramente desidero e' solo poter per un attimo attenuare la tensione acrobatica, riuscire a cascare, senza farmi troppo male possibilmente, da una parte o dall'altra del confine; e non necessariamente da quella che altri stimano come "migliore" o piu' favorevole per me. Giusto una delle due parti, dovesse anche essere in extremis il luogo vero della follia, quello che ormai ho visto dal di dentro e pure con tanto orrore e sgomento.
Certo poi questi son pensieri da giorni stanchi, come oggi (complice pure un'estate torrida scoppiata a tradimento quando avevamo smesso di aspettarla).
La mente e il corpo, il fuori e il dentro, il razionale e l'irrazionale continuano ad abitarmi ed io ad abitarli contemporaneamente.
Dite che non sono l'unica? E non e' forse questa paura grande del dolore (fisico e morale) della nostra caduta, quando sappiamo che e' per noi senza rete di protezione, ad impedire a quelli come me di "decidersi" a cascare, di lasciarsi finalmente andare alla naturale gravita' e alla forza centripeta degli Altri?
(e per inciso: sarà questa la nostra fortuna o la nostra vera disgrazia?)
"E gli era venuta anche un altra immagine: di se stesso che per tutta la vita si era tenuto in equilibrio su una fune.
Poi c'era stata la caduta, e lui aveva scoperto che, anzichè sfracellarsi, sapeva volare, che aveva questo miracoloso e insospettato dono."
(R.M. Pirsig, Lila, Adelphi)